Eccoci qui. Siamo tornati a casa sani e salvi.
La natia Rocambolandia ci ha accolto col consueto entusiasmo, inferiore solo a quello che saluta le nostre partenze. Le vicende del viaggio dei nostri giocatori del Rocambolenco le conoscete o le trovate nelle puntate precedenti.
Le autorità italiane hanno attuato il provvedimento di espatrio emesso nei nostri confronti in una forma singolare, cioè calandoci dentro il cratere del Vesuvio che poi è stato chiuso dalle autorità italiane con una colata di cemento.
Siamo arrivati a casa le gallerie percorrendo quelle gallerie naturali sotterranee di cui Giulio Verne aveva descritto le prodigiose qualità.
Devo però iniziare il mio racconto dall’interrogatorio che abbiamo subìto in un ufficio di polizia in terra italiana.
Non avevamo il permesso di soggiorno, la polizia non credeva che per arrivare in Italia dall’Africa ci fossimo calati nel cratere del vulcano Kenya per uscire dal Vesuvio (se avessero letto Verne saprebbero che è possibile farlo).
Oltre a non avere il permesso di soggiorno, i nostri giocatori del Rocambolenco avevano una colorazione cutanea troppo abbronzata secondo la scala cromatica allegata alla legge Bossi-Fini affinché fosse credibile che non eravamo arrivati via mare con un gommone.
Per questo con insistenza ci chiedevano dove avevamo nascosto il gommone.
Il nostro difensore di fascia Kufù pochi minuti prima aveva attaccato la sua gomma da masticare ciucciata del diametro di 5 cm sotto il tavolo dell’ufficiale che ci stava interrogando ed essendo facile agli equivoci è andato in panico di fronte a quella richiesta così adirata e insistente. L’ufficiale insisteva per sapere dove avevamo nascosto il gommone e minacciava persino la reclusione in una cella dove la filodiffusione trasmetteva in modo incessante la registrazione dell’ultimo festival di San Remo. Per evitar tale supplizio avremmo volentieri aiutato le autorità italiane a ritrovare il gommone se avessimo potuto. Il nostro difensore di fascia Kufù, intanto cercava di recuperare furtivamente la massa gommosa e nel maldestro tentativo vedevamo dalle sue dita dipartirsi dei filamenti simili a quelli che usa l’uomo ragno per le sue arrampicate, finchè anche lui ha capito che il gommone di cui si parlava non era quello che rimestava fra le dita sotto il tavolo dell’ufficiale di polizia..
Superato l’argomento gommone siamo passati a quello ancora più ostico della nostra nazionalità di provenienza. I nostri ospiti che non mancano di pragmatismo avevano capito che sarebbe stato più facile per loro rispedirci al mittente se sapevano da dove venivamo.
Nessuno però sapeva di Rocamblandia. Neppure le cartine, i mappamondi o i navigatori satellitari.
Un appuntato, tradendo di aver letto giornali sovversivi, aveva fatto notare che esisteva una menzione di Rocambolandia nella tabellina di un giornale antigovernativo che enumerava fra l’altro tutti i paesi contenenti nomi di frutti tropicali che avevano superato l’Italia nella classifica della libertà di stampa. Tuttavia le uniche classifiche legalmente riconosciute in quegli uffici di polizia erano quelle pubblicate dalla Gazzetta dello Sport, il giornale più letto nel paese, il giornale sul quale il paese puntava per conservare l’ottima posizione dell’Italia nella classifica mondiale della libertà di stampa dei giornalisti sportivi.
Qualcuno, per districare la matassa del nostro rimpatrio, aveva suggerito di far riconoscere Rocambolandia dalla comunità internazionale, ma la pratica non sarebbe stata veloce, perché all’O.N.U. tutti i delegati dei vari paesi erano impegnati nei primi campionati mondiali di battaglia navale ai quali avrebbero fatto seguito quelli di Risiko (che peraltro nessuno riteneva in contrasto con i propositi pacifisti della carta delle nazioni unite).
Non potendo accertare l’esistenza ufficiale di Rocambolandia, avevamo intenzione di aiutare gli ufficiali di polizia ridotti alla disperazione, chiedendo di essere rispediti in un paese a nostra scelta in aereo. Il nostro Materaszky chiedeva in particolare di poter viaggiare con la compagnia di bandiera italiana, perchè aveva letto su un giornale sconcio, ricco di fotografie dimostrative, che l’Alitalia a seguito di dolorosi tagli di bilancio aveva ridotto il vestiario delle Hostess.
In realtà non ci hanno permesso di esporre in modo compiuto la nostra proposta e più pragmaticamente ci hanno portato nel cratere del Vesuvio da cui noi incautamente continuavamo ad affermare di essere usciti. Dopo averci calato nel cratere lo hanno chiuso con una colata di cemento che il prossimo condono non mancherà di regolarizzare.