Monday 20 july 2009 1 20 /07 /Lug /2009 16:46
 

Eccoci qui. Siamo tornati a casa sani e salvi.

La natia Rocambolandia ci ha accolto col consueto entusiasmo, inferiore solo a quello che saluta le nostre partenze. Le vicende del viaggio dei nostri giocatori del Rocambolenco le conoscete o le trovate nelle puntate precedenti.

Le autorità italiane hanno attuato il provvedimento di espatrio emesso nei nostri confronti in una forma singolare, cioè calandoci dentro il cratere del Vesuvio che poi è stato chiuso dalle autorità italiane con una colata di cemento.

Siamo arrivati a casa le gallerie percorrendo quelle gallerie naturali sotterranee di cui Giulio Verne aveva descritto le prodigiose qualità.

Devo però iniziare il mio racconto dall’interrogatorio che abbiamo subìto in un ufficio di polizia in terra italiana.

Non avevamo il permesso di soggiorno, la polizia non credeva che per arrivare in Italia dall’Africa ci fossimo calati nel cratere del vulcano Kenya per uscire dal Vesuvio (se avessero letto Verne saprebbero che è possibile farlo).

Oltre a non avere il permesso di soggiorno, i nostri giocatori del Rocambolenco avevano una colorazione cutanea troppo abbronzata secondo la scala cromatica allegata alla legge Bossi-Fini affinché fosse credibile che non eravamo arrivati via mare con un gommone.

Per questo con insistenza ci chiedevano dove avevamo nascosto il gommone.

Il nostro difensore di fascia Kufù pochi minuti prima aveva attaccato la sua gomma da masticare ciucciata del diametro di 5 cm sotto il tavolo dell’ufficiale che ci stava interrogando ed essendo facile agli equivoci è andato in panico di fronte a quella richiesta così adirata e insistente. L’ufficiale insisteva per sapere dove avevamo nascosto il gommone e minacciava persino la reclusione in una cella dove la filodiffusione trasmetteva in modo incessante la registrazione dell’ultimo festival di San Remo. Per evitar tale supplizio avremmo volentieri aiutato le autorità italiane a ritrovare il gommone se avessimo potuto. Il nostro difensore di fascia Kufù, intanto cercava di recuperare furtivamente la massa gommosa e nel maldestro tentativo vedevamo dalle sue dita dipartirsi dei filamenti simili a quelli che usa l’uomo ragno per le sue arrampicate, finchè anche lui ha capito che il gommone di cui si parlava non era quello che rimestava fra le dita sotto il tavolo dell’ufficiale di polizia..

Superato l’argomento gommone siamo passati a quello ancora più ostico della nostra nazionalità di provenienza. I nostri ospiti che non mancano di pragmatismo avevano capito che sarebbe stato più facile per loro rispedirci al mittente se sapevano da dove venivamo.

Nessuno però sapeva di Rocamblandia. Neppure le cartine, i mappamondi o i navigatori satellitari.

Un appuntato, tradendo di aver letto giornali sovversivi, aveva fatto notare che esisteva una menzione di Rocambolandia nella tabellina di un giornale antigovernativo che enumerava fra l’altro tutti i paesi contenenti nomi di frutti tropicali che avevano superato l’Italia nella classifica della libertà di stampa. Tuttavia le uniche classifiche legalmente riconosciute in quegli uffici di polizia erano quelle pubblicate dalla Gazzetta dello Sport, il giornale più letto nel paese, il giornale sul quale il paese puntava per conservare l’ottima posizione dell’Italia nella classifica mondiale della libertà di stampa dei giornalisti sportivi.

Qualcuno, per districare la matassa del nostro rimpatrio, aveva suggerito di far riconoscere Rocambolandia dalla comunità internazionale, ma la pratica non sarebbe stata veloce, perché all’O.N.U. tutti i delegati dei vari paesi erano impegnati nei primi campionati mondiali di battaglia navale ai quali avrebbero fatto seguito quelli di Risiko (che peraltro nessuno riteneva in contrasto con i propositi pacifisti della carta delle nazioni unite).

Non potendo accertare l’esistenza ufficiale di Rocambolandia, avevamo intenzione di aiutare gli ufficiali di polizia ridotti alla disperazione, chiedendo di essere rispediti in un paese a nostra scelta in aereo. Il nostro Materaszky chiedeva in particolare di poter viaggiare con la compagnia di bandiera italiana, perchè aveva letto su un giornale sconcio, ricco di fotografie dimostrative, che l’Alitalia a seguito di dolorosi tagli di bilancio aveva ridotto il vestiario delle Hostess.

In realtà non ci hanno permesso di esporre in modo compiuto la nostra proposta e più pragmaticamente ci hanno portato nel cratere del Vesuvio da cui noi incautamente continuavamo ad affermare di essere usciti. Dopo averci calato nel cratere lo hanno chiuso con una colata di cemento che il prossimo condono non mancherà di regolarizzare.

Di Umberto Scopa
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Friday 10 july 2009 5 10 /07 /Lug /2009 16:04
 

 

La fuga dalla realtà può assumere molte forme. Alcune più incurabili della realtà stessa. Le Cronache del Rocambolenco Football Club sono una di queste. Le vicende che racconto sono spesso la versione deformata di fatti pubblici di attualità del momento in cui scrivo. Il rischio è che col passare del tempo perdano molto del loro significato. Per intenderci se io parlo di un premier che non disdegna gli harem e i festini con le prostitute può succedere che un giorno questo premier non ci sia più e allora il lettore rimarrà perplesso non trovando più corrispondenza tra ciò che legge e la realtà in cui vive. Da buon pessimista naturalmente confido nel fatto che l’attualità avvilente della vita pubblica del nostro paese abbia lunga vita, ma quando così non fosse, e i riferimenti dei miei scritti risultassero non più corrispondenti alla realtà che state vivendo, sappiate che state vivendo in un epoca più fortunata di quella che ha partorito questi scritti e abbiate quindi cura di usare verso gli stessi la dovuta indulgenza.

Alcune note su come sono nati questi scritti. I brevi racconti umoristici che compongono le cronache del Rocambolenco Football Club sono stati da me scritti di getto e pubblicati a puntate su un blog che si chiama (http://rocambolandia.over-blog.it/).

Le vicende che a turno coinvolgono i bizzarri personaggi di questo mondo immaginario di Rocambolandia potrebbero essere raggruppate tematicamente in due miniserie, cioè quella della “Scempions league” e quella “della beatificazione mancata di San Roca”.

Tra la scrittura della prima e della seconda serie è trascorso un po’ di tempo, ma a parte questa frattura temporale è possibile leggere le storie senza alcuna soluzione di continuità cronologica e i personaggi che di volta in volta ritornano sono sempre gli stessi.

La prima serie era comparsa su un sito del Comune di Ferrara che si chiamava “Occhiaperti”. Questo sito senza molti riguardi per la mia persona ha interrotto la collaborazione (che era reciprocamente gratuita).

Si trattava di un sito istituzionale del Comune di Ferrara il quale lo aveva pensato per i giovani autori. Consideravo questo sito una buona vetrina, senza vedere in essa alcuna occasione di guadagno che non pretendo dalla mia scrittura. Purtroppo ovunque ci sia “istituzione” prevalgono logiche a me incomprensibili. Infatti dopo poche settimane di collaborazione il funzionario che aveva iniziato a pubblicarmi i pezzi prodigandosi peraltro in commenti entusiastici non richiesti (che oggi mi fanno dubitare fortemente delle mie qualità di scrittore), ha raffreddato progressivamente il suo entusiasmo, prima rallentando senza motivo di settimane la pubblicazione dei singoli pezzi, che richiedevano invece una pubblicazione ravvicinata nel tempo, poi smettendo del tutto di pubblicarli. Non ho mai saputo il perché, ma l’entusiasmo iniziale del solerte funzionario si è intiepidito quando si è accorto di una cosa che io non sospettavo neppure e cioè che non ero più propriamente giovane, mentre il sito doveva privilegiare evidentemente autori giovani (senza specificare con esattezza qual’era l’età anagrafica in cui la gioventù decadeva inesorabilmente nell’età della saggezza). Questi sono gli imprevisti delle collaborazioni via posta elettronica, dove non ci si vede in faccia, altrimenti il funzionario non avrebbe potuto essere tratto in errore sul mio difetto presunto di gioventù e forse io non sarei stato tratto in errore sulla poca affidabilità del personaggio che un istinto primordiale mi permette di individuare a prima vista nel prossimo.

Così, fallito questo tentativo di collaborazione, dopo aver inutilmente spedito al mondo intero i miei scritti, ho rinunciato del tutto a qualunque forma di pubblicazione che non fosse completamente sotto il mio controllo e ho fatto ricorso alla formula del blog.

Esaurita questa serie di pubblicazioni virtuali ho deciso infine di togliermi la soddisfazione di raccogliere tutti i pezzi e realizzarne a mie spese un prodotto tipografico che si possa tenere in mano e non solo accarezzare su uno schermo. Quindi da solo ho provveduto a curare la correzione delle bozze, l’impaginazione, la stampa, la grafica della copertina. Sento quindi il dovere di ringraziare me stesso per la preziosa collaborazione che ho saputo darmi.

No, sarei ingiusto.

Devo ringraziare Rossella, mia moglie, che ha condiviso con me questa esperienza, offrendomi sempre supporto, incoraggiamento e pazienza, senza i quali non avrei fatto tutto questo.

 

 

 

Di Umberto Scopa
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Tuesday 7 july 2009 2 07 /07 /Lug /2009 17:22
 

Partiti dal cratere del vulcano Kenya abbiamo viaggiato a lungo attraverso i tunnel che la natura ha scavato nelle viscere del nostro pianeta e la puntata precedente vi illustra le incredibili scoperte che abbiamo fatto. Dopo aver viaggiato per giorni abbiamo intravisto sopra le nostre teste un piccolo punto azzurro. Era la piccola porzione di cielo che si vedeva dalle profondità del Vesuvio. Abbiamo cominciato la salita mentre la macchia azzurra sopra le nostre teste si espandeva a dismisura in tutte le direzioni. La nostra uscita dal cratere deve essere stata di un certo effetto. Chi è informato sulle nostre recenti avventure sa che la nostra comitiva - per un bizzarro accavallamento di eventi che non posso ora ripercorrere – era entrata in possesso delle vesti appartenute a dieci suore missionarie del Sacro cuore di Gesù, facendo di tali vesti il loro abbigliamento. Il travestimento da suore –nel nostro ingenuo piano –avrebbe dovuto peraltro agevolarci l’ingresso dentro le mura vaticane, dove avremmo chiesto udienza al Santo Padre per chiedere di sanare la posizione del nostro santo Protettore, San Roca, che esercita abusivamente la professione di santo senza mai esserne stato investito ufficialmente. Purtroppo il nostro viaggio si è concluso prematuramente. Riemersi dal cratere ci siamo imbattuti in centinaia di turisti rimasti impietriti davanti a questa processione di suore che usciva dalle viscere di un vulcano ancora attivo. Quando siamo arrivati sul bordo del cratere abbiamo trovato ad aspettarci una pattuglia di carabinieri. Per prima cosa ci hanno chiamato sorelle, scambiandoci per una processione religiosa, tanto più che a capo della processione io ostentavo l’effige del nostro santo, sperando di poter ingannare le forze dell’ordine. Tuttavia un carabiniere aveva con se un calendario di Monica Bellucci nel quale risultava senza dubbio che San Roca non aveva neppure un giorno a lui dedicato, come invece spetta a tutti i santi regolarmente approvati. Questo li ha insospettiti e nel giro di pochi minuti siamo stati smascherati e costretti ad esibire un permesso di soggiorno. E’ triste dover ammettere che abbiamo attraversato mari e continenti grazie ai prodigi che la natura ha creato per farci esplorare senza confini le meraviglie di cui ha omaggiato il pianeta e ora tutto si deve arrestare davanti a uomini in divisa che ci chiedono se abbiamo il permesso di soggiorno. Nel nostro lungo viaggio, ovunque, in tutte le terre che abbiamo attraversato, ricche e povere, abbiamo trovato ospitalità, ma ora questo paese ci sbatte la porta in faccia. Questo paese che ha fatto espatriare all’estero tanti propri cittadini, più di quanti ne abbia oggi dentro i suoi confini, ora non gradisce gli stranieri, soprattutto se come noi hanno la pelle scura. Così ci hanno portato in una caserma dove insistono per sapere da dove veniamo. Hanno bisogno di saperlo perché la legge li obbliga a rimpatriarci dal momento che non abbiamo permessi di soggiorno. Il nostro difensore Materaszky è riuscito a dire solo che era la prima volta che veniva espulso senza avere fatto niente. Agli agenti che ci hanno interrogato abbiamo detto che veniamo da Rocambolandia. Si è scatenata una ricerca per trovare sulle cartine geografiche questo paese, che come abbiamo fatto notare è una repubblica libera, indipendente e soprattutto ospitale. Tuttavia nei vostri mappamondi noi non esistiamo. Per individuare la nostra repubblica è stato interrogato un navigatore satellitare che non sapendo rispondere ha cominciato a implorare una domanda di riserva. La ricerca sembrava senza soluzione finchè una traccia della nostra esistenza è emersa: un appuntato dice di ricordare il nome di Rocambolandia tra i paesi che avrebbero superato appunto l’Italia, insieme ad una cordata di dittature africane, nella graduatoria internazionale della libertà di stampa redatta dall’organismo internazionale “House of freedom”. Così è stato organizzato il nostro rimpatrio.

Le mie cronache avrebbero potuto raccontarvi nuove avventure ambientate in Italia, ma si interrompe qui a causa delle leggi approvate dal governo in vostro nome, se qualcuno vorrà dolersi di questo finale prematuro, non siano gli italiani a farlo. Per tutti gli altri dirò che la vita dei nostri ragazzi continuerà turbolenta e stravagante come sempre nella nostra terra e in tutte quelle che ci vorranno ospitare.

Per ora si ritorna a casa, senza nessuna nostalgia per il paese che lasciamo.

Di Umberto Scopa
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Tuesday 7 july 2009 2 07 /07 /Lug /2009 17:20
 

Ci siamo calati nel cratere del vulcano Kenya. All’inizio avevamo la sensazione di calarci nel nostro sepolcro, ma non abbiamo tardato a capire che stavamo solo rientrando nel ventre della nostra madre terra, da cui tutti veniamo. Qui è pieno di vita come vi spiegherò meglio nella puntata odierna. I nostri ragazzi del Rocambolenco si sono calati in questo mondo ignoto con quella sfrontatezza che solo la gioventù possiede, mentre io, con quella saggezza che solo l’anzianità possiede, li ho mandati avanti a fare strada. Ognuno di loro ha dato fondo alle sue risorse. Abbiamo percorso alcune gallerie non segnalate nella mappa di Capitan Findus, addentrandoci in un vero labirinto. Kufù a malincuore ha interrotto la ruminazione perpetua del suo chewingum e ha appiccicato un’estremità della massa gommosa ad una roccia tenendo l’altro capo in mano come il filo di arianna per ritrovare all’occorrenza la strada percorsa. Al tempo stesso gli ingranaggi della mascella di Kufù, privati della resistenza della gomma, hanno continuato a girare a vuoto, il che ci ha permesso con l’energia prodotta di alimentare le nostre torce, illuminandoci strada avanti a noi. Abbiamo camminato finchè siamo giunti davanti ad uno strapiombo di cui non si vedeva il fondo. Il nostro portiere Ultimo Arrivào ha lasciato cadere nel vuoto il pallone che portavamo con noi. Siamo rimasti in attesa di un tonfo che ci rivelasse la profondità. Abbiamo invece sentito un rumore di vetri rotti e imprecazioni in una lingua sconosciuta. Si sono accese delle luci. Abbiamo scoperto che era buio soltanto perché in quel posto era notte e stavano dormendo tutti. Improvvisamente si sono accese le luci e abbiamo scoperto un mondo pieno di vita. Abbiamo scoperto che ci sono piante, animali, mari, fiumi e abitanti della specie umana in questo mondo sotterraneo. Come ci aveva detto Capitan Findus, ci sono anche strade e autostrade ed è possibile viaggiare a bordo di automobili ricavate da enormi gusci di tartaruga che sfruttano le velocissime correnti d’acqua delle gallerie per coprire enormi distanze in pochissimo tempo. Le teorie ottocentesche sul mondo nascosto nel ventre cavo del nostro pianeta erano vere, e noi ora aggiungere che quel mondo in due secoli si è evoluto parecchio quanto a tecnologia. Gli abitanti di questo mondo sepolto, che in omaggio al grande scrittore P. Dick, abbiamo denominato “formicanti”, erano filiformi e molto pallidi. Uno di loro ci è venuto incontro con un atteggiamento minaccioso, ma voleva solo dirci che non aveva nessun’intenzione di restituirci il pallone visto che gli avevamo rotto il vetro. Abbiamo appreso cose interessantissime sulla civiltà dei fornicanti, questi uomini che nel vasto condominio del nostro pianeta sono in un certo senso gli inquilini del piano di sotto. Abbiamo appreso che una volta gli inquilini del piano di sotto avevano rapporti con quelli del piano di sopra da cui noi discendiamo. Poi i rapporti si sono rotti per alcune liti condominiali. Dal piano di sotto lamentavano che non riuscivano a riposare perché di sopra si camminava con i tacchi, nessuno metteva le pattine ai piedi, o si giocava alla guerra senza orari, insomma non c’era nessun rispetto per quelli che stavano sotto. Ci è stato rinfacciato che a volte si sentiva persino il rumore di quando facciamo all’amore, perché il costruttore del mondo ha risparmiato sui materiali di isolamento acustico della piano divisorio. Per non parlare della manutenzione degli ascensori che nessuno voleva pagare. Abbiamo chiesto naturalmente di quali ascensori parlavano. “Ma quello da cui siete scesi, no?” Ci ha risposto il nostro ospite. Abbiamo compreso quindi che i vulcani sono gli ascensori di questo folle condominio in cui tutti viviamo. Abbiamo compreso anche che se qualcuno si occupasse della manutenzione, in effetti, darebbero meno problemi a tutti. “Per non parlare delle infiltrazioni d’acqua che vengono dal piano di sopra e che fate finta di non conoscere”, ha aggiunto il nostro ospite. Il nostro navigatore Rosario Ex mi ha fatto notare che in effetti dovevamo essere proprio sotto il mare mediterraneo. Comunque abbiamo appreso una curiosa credenza locale. Pare che il progettista di questo condominio, che ne sarebbe anche l’amministratore, stanco delle continue liti tra quelli di sotto e quelli di sopra, avrebbe costruito sotto l’oceano pacifico un grosso tappo con una catenella. Tirando la catenella gli oceani si svuoterebbero riversando l’acqua nel piano di sotto eliminando così i fastidiosi contendenti di entrambi i piani con un colpo solo. Per questa ragione qui hanno smesso di lamentarsi e preferiscono ignorare quelli che stanno di sopra, facendo come se non si conoscessero da migliaia di anni. Succede anche nei migliori condomini d’altronde.

Di Umberto Scopa
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Monday 6 july 2009 1 06 /07 /Lug /2009 16:54
 

Vi scrivo dal bordo del cratere del vulcano Kenya dove per un avventura che si conclude un’alta incredibile sta per avere inizio. Ma ora vi devo raccontare innanzitutto perché ci troviamo qui. Torno indietro di qualche giorno al momento in cui dalla Tanzania siamo entrati in Kenya. Durante il viaggio Capitan Findus, che conosce il nostro proposito di entrare in Italia, ci spiega quanto sia difficile in questi giorni entrare in territorio italiano. Pare che i nostri ragazzi del Rocambolenco siano tutti troppo abbronzati per passare inosservati, proprio nel momento in cui una legge dello stato afferma per la prima volta che essere clandestini in Italia è reato. Aggiunge che arrivare via mare è da escludere. I mari sono pericolosi e troppo presidiati. Dunque? Chiediamo ansiosi. Dunque –ci rivela Capitan Findus- un modo c’è per arrivare, e non lo conosce nessuno a parte me e mio padre Corto Maltese. Ci confessa di essere da tempo partecipe di un grandioso segreto che il destino gli avrebbe affidato in attesa di consegnarlo a persone ardite e sprezzanti del pericolo, in grado di farne tesoro. Quelle persone siamo noi, evidentemente, ma quanto a sprezzo del pericolo –preciso- la nostra è una squadra di calcio che il suo massimo ardimento esprime quando spia nell’attiguo spogliatoio delle sensuali Rocambolanche, le adorabili ballerine di flamenco di Rocambolandia.

Capitan Findus però non mi sente. Continua a parlare in stato di trance e il suo segreto sta entrando nella nostra storia. Ci rivela che suo padre aveva conosciuto il noto Prof. Oliver Lindenbrook, già protagonista del romanzo di Verne “Viaggio al centro della terra”, nella sala d’aspetto di un dentista a Java. Prima di ogni seduta dentistica il professore, appena sentiva il rumore del trapano, confidava il suo segreto al vicino di sedia, come se fosse in punto di morte. La scoperta del professore sarebbe stata l’esistenza nel sottosuolo di una rete di tunnel naturali che attraversano il nostro pianeta passando anche sotto i mari e gli oceani. E gli sbocchi in superficie di questi tunnel sotterranei sarebbero i vulcani.

Insomma stando alla rivelazione di questa scoperta pare che sia possibile attraversare il mare mediterraneo passandogli sotto. Basta individuare un vulcano di ingresso e uno di uscita che facciano al nostro caso. Mentre ci fa questa rivelazione ecco davanti a noi, come un presagio di quello che ci attende, la figura imponente del Vulcano Kenya. E’ vero che ormai la vita ci ha convinto che nulla è troppo assurdo per essere vero, ma prima di avventurarci nel cratere di in un vulcano vorremo avere qualche rassicurazione scientifica in più che non ci trasformeremo all’istante in un delizioso profumino di carne grigliata. Capitan Findus ricorda che nel romanzo “viaggio al centro della terra” di Giulio Verne il prof. Lindenbrook scende dentro un vulcano islandese e ritorna alla superficie in Italia dal vulcano Stromboli. Ma non è tutto. Ci ricorda che nell’ottocento non poche teorie erano state avanzate ipotizzando l’esistenza di un mondo naturale, vegetale e animale, nascosto nel ventre cavo del nostro pianeta. Facciamo notare che la distanza che ci separa dall’Italia è enorme e gli chiediamo come potremmo percorrere tanta strada sottoterra. Ci spiega che dall’ottocento ad oggi il mondo sotterraneo, benchè a noi sconosciuto, si è evoluto parecchio, ci sono strade e mezzi di trasporto. Ci mostra una cartina di queste vie sotterranee dove in rosso appaiono le autostrade e siccome non siamo molto pratici lui ci traccia un segno sulla via di collegamento tra il vulcano Kenya e l’Italia. Ci spiega che l’Italia è uno dei paesi meglio collegati avendo ben tre caselli, precisamente Etna, Stromboli e Vesuvio. Però sul percorso scarseggiano gli autogrill, quindi chi ha la pipì la fa subito prima di partire.

Ecco spiegato perché ci troviamo qui siamo qui sul bordo del cratere del vulcano Kenya. Capitan Findus ci saluta, le nostre strade si dividono, lui ci avrebbe anche accompagnato ma pare che oltre al mal di mare soffra di una forma di vertigini molto rara che si scatena quando va molto in alto e anche quando va molto in basso.

Così lo salutiamo e io mi trovo ad annotare ancora una volta che separarci dagli amici incontrati sulle tortuose vie del mondo ci riempie sempre il cuore di commozione. Mentre ci allontaniamo dal nostro amico lui si raccomanda ancora una volta di non uscire al casello Stromboli. Rischieremmo infatti di trovarci in mezzo ad un G8: il governo italiano avrebbe studiato un piano alternativo per stabilire proprio dentro il cratere dello Stromboli il G8, nel caso che la sede de L’Aquila, ancora preferita e da mesi martoriata da scosse telluriche, non offrisse scosse abbastanza emozionanti per i capi di Stato Convenuti.

Di Umberto Scopa
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